Fuocoammare

fuocoammare_web
© 01distribution

Fuocoammare è il nuovo film di Gianfranco Rosi premiato la settimana scorsa con l'Orso d'oro per il miglior film al Festival di Berlino.
Ambientato sull'isola di Lampedusa, Fuocoammare mostra la tragica realtà dei profughi provenienti dal nord Africa, inserendola in un affresco più ampio che comprende la descrizione della vita di alcuni abitanti di Lampedusa, in particolare del piccolo Samuele e della sua famiglia.

Come tutte le opere precedenti del regista, anche
Fuocoammare è il risultato di lunghe ricerche compiute sul posto da Gianfranco Rosi. Un periodo di lavorazione molto lungo, durato circa un anno, nel quale l’autore ha avuto modo di conoscere profondamente l'isola e i suoi abitanti, accumulando molte ore di filmato che avrebbe poi selezionato nei mesi successivi.

Il suo personale approccio al documentario si potrebbe definire esistenziale perché ha come elemento fondante l'esperienza personale del regista, il suo immergersi completamente nella storia che racconta. Ci si immagina il regista e la sua videocamera così costantemente presenti tra le mura della casa di Samuele o sulle navi di soccorso ai profughi (Rosi ha dichiarato di aver passato circa quaranta giorni su queste navi) da diventare parte integrante dell'esperienza stessa. Come la fionda per Samuele, la videocamera diventa estensione del corpo di Rosi e la sua presenza non destabilizza, non distrae, non toglie autenticità alle parole e agli sguardi che cattura. Eppure il verbo catturare non è quello adatto per descrivere il cinema del regista italiano. Un cinema che non prende ma condivide, così partecipe e necessario da andare oltre il problema etico che spesso si pone nel genere documentario e relativo al limite di cosa è opportuno mostrare. Al riguardo si comprendono i forti dubbi che il regista ha avuto concernenti l'inserimento nel montaggio finale della terribile, tragica sequenza che mostra i cadaveri accumulati nella stiva del barcone. Si comprendono i dubbi eppure si giustifica la scelta di Rosi, quella di mostrare infine la morte, tale è l'onestà intellettuale e l'umanità delle immagini che hanno preceduto quella indimenticabile sequenza.

Dal punto di vista formale
Fuocoammare è molto curato, la fotografia di Rosi racconta una Lampedusa sorprendentemente grigia e piovosa. I toni scuri trasmettono un senso di precarietà, di pericolo imminente accentuato dalle numerose sequenze notturne che mostrano le passeggiate di Samuele attraverso la campagna lampedusana o la suggestiva pesca subacquea di un abitante dell'isola. Com'è nello stile del regista, Fuocoammare non prevede voci over a commento dei fatti, così come non vengono realizzate interviste ai personaggi. Questi ultimi non si rivolgono mai direttamente alla videocamera fatta salva un'unica parziale eccezione rappresentata dalla toccante confessione di Pietro Bartolo, medico responsabile delle cure ai profughi sbarcati sull'isola.

I volti e i luoghi di
Fuocoammare non sono mai rubati alla realtà, è al contrario la macchina da presa che riesce a entrare silenziosamente, con discrezione nella realtà stessa. Non è questione di fortuna, di trovarsi al posto giusto nel momento giusto. Tutt'altro: l'autenticità che il cinema di Rosi riesce a riprendere non è mai casuale bensì il risultato di un lungo processo di conoscenza che richiede tempo. E proprio il tempo è la parola chiave per capire il cinema di Gianfranco Rosi, un autore che da molti anni percorre un viaggio coraggioso e ostinato, consapevole che il segreto di uno sguardo corretto sul mondo risiede nel grado di conoscenza che lo sottende.
blog comments powered by Disqus