Ma vie de courgette

La mia vita da Zucchina_web
© Teodora Film

“La mia sceneggiatura partiva da un presupposto, e cioè quello di non voler idealizzare l'infanzia”
Così la sceneggiatrice e regista francese Céline Sciamma ha commentato La mia vita da Zucchina, film in stop-motion realizzato dal regista svizzero Claude Barras, al suo esordio nel lungometraggio, e presentato allo scorso Festival di Cannes all'interno della sezione Quinzaine des Réalisatuers.

È effettivamente un'infanzia difficile quella raccontata nel film, se è vero che i giovani protagonisti vengono, per motivi diversi, allontanati dai genitori e ospitati in un istituto per bambini. Tra di loro c'è Icaro, soprannominato Zucchina, catapultato suo malgrado in questo nuovo ambiente dove, tra mille difficoltà, riuscirà a fare nuove amicizie e a dimenticare il passato.

Dal punto di vista estetico il film è interessante innanzitutto per la rappresentazione che Claude Barras fa dei bambini. Sono individui dal corpo minuscolo ma dalle braccia lunghe, con teste e occhi molto grandi e capelli dai colori più vari. Una sorta di gigantismo somatico in cui spicca, per contrapposizione, la presenza di nasi minuscoli, rossi e fragili. Nasi non certo armoniosi che in un certo senso fungono da metafora per l'intero racconto, sottolineando il lato più vulnerabile malinconico e imperfetto dell'infanzia.

L'animazione curata da Kim Keukeleire, lo stesso di
Fantastic Mr. Fox e Frankenweenie, riduce al minimo le scene d'azione per concentrarsi sui corpi dei giovani protagonisti, sulle espressioni dei loro volti e sui mille oggetti sparsi nelle stanze e nel giardino dell'istituto. Visivamente, la sequenza più originale del film è anche quella più surreale, ambientata nel parco dei divertimenti, dove mostri e fantasmi dai colori fluorescenti sorvolano le teste dei protagonisti spaventati. Il risultato è un piccolo capolavoro di fantasia.

Tra i punti forti del film c'è senza dubbio la sceneggiatura, originale e coraggiosa, insolita per un film d'animazione destinato, almeno in apparenza, a un pubblico di bambini. In un paio di sequenze Céline Sciamma sceglie di raccontare la vita sessuale degli adulti vista dagli occhi dei bambini. Lo fa inserendo dialoghi divertenti ma anche piuttosto espliciti, in coerenza con una visione dell'infanzia non idealizzata. Una visione confermata anche dalla descrizione del rapporto traumatico tra figli e genitori, dove i primi vengono abbandonati dimenticati o maltrattati. È nelle braccia degli “altri” adulti, la direttrice dell’istituto o il poliziotto, che i bambini trovano finalmente rifugio.

La mia vita da Zucchina è un piccolo film che descrive un’infanzia malinconica eppur vitale in cui i cambiamenti, anche quando positivi, nascondono la tristezza di un addio. È quanto accade alla fine del film, struggente quanto le note di Le vent nous portera che la accompagnano, nella versione cantata da Sophie Hunger.
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