The Meyerowitz Stories: New and Selected

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© Netflix/Atsushi Nishijima

The Meyerowitz Stories: New and Selected è l’ultimo film di Noah Baumbach, presentato in concorso al recente Festival di Cannes.

Il titolo, così insolito, si riferisce ai capitoli in cui il film è suddiviso e che, almeno nella prima parte, fungono da introduzione dei tre protagonisti, i fratelli Meyerowitz: Danny, Jean e Matthew. Baumbach, anche sceneggiatore, sceglie di raccontare la vita dei tre fratelli utilizzando come perno del racconto il loro rapporto con il padre Harold, interpretato da Dustin Hoffman, artista newyorchese di dubbia fama ma dal grande ego, che sta per presentare le sue opere in occasione di una retrospettiva a lui dedicata.

Sebbene le ambientazioni e i personaggi di
The Meyerowitz Stories ricordino quelli di altri film di Baumbach, qui il regista riesce a arricchire il suo cinema di nuovi elementi, a inquadrare con maggior precisione e lucidità le problematiche dei suoi personaggi realizzando così uno dei suoi film più convincenti.

Merito soprattutto di una sceneggiatura ricca di spunti originali che riesce attraverso i dialoghi a descrivere in modo approfondito le complesse dinamiche familiari dei Meyerowitz. In alcune sequenze, per sottolineare le difficoltà di comunicazione tra i figli e il padre, Baumbach mette in scena una serie di dialoghi che assomigliano più a dei monologhi sovrapposti, in cui padre e figlio si ignorano a vicenda. In questo modo Baumbach racconta in modo piuttosto efficace l’incomunicabilità all’interno della famiglia, evidenziandone una delle caratteristiche peculiari: l’incapacità di ascolto.

Il film è costantemente in bilico tra dramma e commedia, come nel toccante discorso finale con cui i due figli inaugurano la mostra dedicata al padre. Questa ambiguità di genere, tipica del cinema di Baumbach ma che qui appare particolarmente accentuata, dona un ulteriore elemento di curiosità al film, rendendolo più imprevedibile agli occhi dello spettatore.   

Partendo, come spesso gli accade, dalla costruzione di personaggi che ricalcano una serie di stereotipi newyorchesi (il padre artista egoista e insensibile; Danny che ha pochi soldi e ambizioni d’artista mai realizzate; suo fratello Matthew con l’aria da yuppie, benestante e vestito sempre con giacca e cravatta), Baumbach nel corso del film smonta questi cliché e, raccontando il senso di insoddisfazione, di inadeguatezza di ciascuno dei protagonisti, li rende in un certo senso più somiglianti. Un lavoro interessante che passa anche da inattesi capovolgimenti di ruolo, come nella bella sequenza in cui Danny, cinquantenne malinconico e solo, chiama al telefono la figlia adolescente, fuori per una serata con gli amici, per essere da lei rincuorata.

Spesso paragonato a quello di Woody Allen, il cinema di Baumbach mostra in realtà una New York più borghese e meno intellettuale nella quale i personaggi, anche quando artisti come Harold, preferiscono una birra e un match di baseball in TV ad una serata cocktail in una galleria d’arte. Ciononostante non mancano al film elementi alleniani: su tutti l’utilizzo della musica classica per accentuare la componente romantica e malinconica di alcune sequenze. Inoltre, la scena in cui i due fratelli danneggiano per vendetta l’auto di un amico del padre, sembra una citazione di
Anything Else in cui Allen tenta goffamente di rompere i fari di un’auto servendosi di una mazza da golf.

The Meyerowitz Stories ricorda anche The Royal Tenenbaums (entrambi i film hanno il cognome della famiglia nel titolo) per l’indagine approfondita e amara di un tipo di famiglia newyorchese, e per come pone all’origine del conflitto familiare la figura paterna, autoritaria e distante. Ma il film ha soprattutto il tocco leggero e la velata malinconia di certe commedie di Peter Bogdanovich, inclusa l’ultima, splendida Tutto può accadere a Broadway

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